45esima edizione del Festival delle Orestiadi di Gibellina: 26 e 27 giugno l'Orestea di Emilio Isgrò

L’opera iconica sarò riproposta in una nuova riscrittura installativa realizzata per il Cretto di Burri

Redazione Prima Pagina Belice
Redazione Prima Pagina Belice
22 Giugno 2026 13:06
45esima edizione del Festival delle Orestiadi di Gibellina: 26 e 27 giugno l'Orestea di Emilio Isgrò

L’edizione speciale delle Orestiadi, ideata per Gibellina Capitale italiana dell’arte contemporanea, non poteva non partire da L’Orestea di Gibellina di Emilio Isgrò in una nuova riscrittura installativa realizzata per il Cretto di Burri. L’opera iconica, che nel 1983 diede il nome al Festival segnando anche quella linea tra classico e contemporaneo che ha guidato le Orestiadi in queste 45 edizioni, ritornerà a Gibellina grazie a un progetto speciale curato direttamente dal Maestro Emilio Isgrò per Gibellina Capitale dell’Arte contemporanea.

Più che uno spettacolo teatrale, la grandiosa installazione teatrale di musiche, suoni, parole e immagini costruita da Emilio Isgrò a partire dalla trilogia della sua Orestea è una performance artistica in forma itinerante, con un prologo ed un epilogo affidati rispettivamente a Pietrangelo Buttafuoco e allo stesso Emilio Isgrò.

Dal tramonto fino al buio, dal Cretto di Burri riemergeranno i suoni della città vecchia, le voci dei cori elaborati da Angelo Sicurella e i personaggi dell’Orestea evocati come fantasmi (Clitennestra di Donatella Finocchiaro, Agamennone di Vincenzo Pirrotta, Cassandra di Aurora Falcone, l’Oracolo

di Sandra Toffolati, Oreste di Fabrizio Falco, Elettra di Federica D’angelo). Le musiche e la voce di Giovanni Caccamo, che per l’occasione ha musicato un testo di Isgrò, accompagneranno il pubblico fino all’apparizione delle iconiche cancellature di Emilio Isgrò sul Cretto: L’Orestea di Gibellina sarà cancellata e con lei il Cretto stesso che scomparirà nel buio della sera. Sarà Emilio Isgrò, da solo, a chiudere l’installazione teatrale, con un omaggio toccante e personale a Ludovico Corrao.

«Nel 1983, quando affidai agli attori l’Agamènnuni, prima parte de L’Orestea di Gibellina, la didascalia indicava con assoluta chiarezza le “macerie” della città distrutta dal terremoto come luogo dell’azione. Solo che la parola “macerie” non suonava bene ai dirigenti del Teatro Massimo di Palermo, che dell’impresa era partner con il Comune di Gibellina. Così, sui manifesti, le macerie diventarono “ruderi”, attestando una nobiltà di origine che in Sicilia è molto diffusa.

D’altra parte, quelle macerie (o ruderi che fossero) sarebbero state ricoperte di là a qualche anno dal superbo Cretto di Alberto Burri, cancellando per sempre il problema, almeno a Gibellina, senza riuscire tuttavia a cancellare le ceneri e le macerie che stavano per ricoprire il mondo. Le macerie dell’Ucraina, del Venezuela, di Gaza. Sono infatti persuaso che la storia del mondo non è nient’altro che una storia di cancellazioni che possono essere persino costruttive qualora non vengano deviate o bloccate da guerre feroci e inutili stragi.

Sotto il sudario del Cretto, in pratica, le macerie della vecchia Gibellina non sono sparite, come non è svanito il richiamo dei venditori ambulanti che offrivano le loro povere merci con voci bellissime modulate su nenie coraniche.» Emilio Isgrò

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